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In ricordo del nostro angelo: Tancredi Concas

Ogni volta che un bambino muore, scende sulla terra un angelo del Signore che prende in braccio il bimbo e, allargando le grandi ali bianche, vola in tutti i posti che il bambino ha amato, poi coglie una manciata di fiori, che porta a Dio affinché essi fioriscano ancora più belli che sulla terra.

Un Angelo

Il buon Dio tiene i fiori sul suo cuore, ma a quello che ha più caro di tutti dà un bacio, e questo riceve la voce e può cantare col coro dei beati.

Tutto questo veniva raccontato da Gabriele, un angelo del Signore, mentre portava Tancredi in cielo, che lo ascoltava come in un sogno. Volavano, volavano per i luoghi cari a Tancredi vicini alla sua casa e nei luoghi dove il piccolo Tancredi aveva giocato, e poi nei deliziosi giardini pieni di fiori bellissimi. “Quale dobbiamo prendere da piantare in cielo?”, chiese Gabriele. Nel giardino si trovava un alto roseto, ma un uomo cattivo aveva spezzato il fusto, così tutti i rami, pieni di grandi gemme sbocciate a metà, si erano piegati e appassivano. “Povera pianta”, disse Tancredi “prendi quella, così potrà fiorire accanto al buon Dio!”. E l’angelo raccolse quella pianta, e baciò Tancredi in modo che potesse aprire un po’ i suoi occhi. Raccolsero molti altri fiori bellissimi ed insieme anche la disprezzata calendula e la selvatica viola del pensiero.

“Adesso abbiamo i fiori!”, disse Tancredi, e l’angelo annuì, ma ancora non volarono verso Dio. Era notte e c’era silenzio; rimasero nella grande città e volarono in una delle strade più strette, dove si trovava un mucchio di paglia, cenere e spazzatura: c’era stato un trasloco; dappertutto c’erano pezzi di piatti, schegge di gesso, cenci e vecchi cappelli sgualciti, tutte cose molto brutte. E l’angelo indicò, in tutta quella confusione, alcuni cocci di un vaso di fiori; lì vicino c’era una zolla di terra che era caduta fuori dal vaso, ma che era rimasta compatta a causa delle radici di un grande fiore di campo appassito, che non valeva più nulla e per questo era stato gettato. “Portiamolo con noi!”, disse Gabriele, “poi, mentre voliamo, ti racconterò perché”.

E così volarono e Gabriele cominciò il racconto: “Laggiù, in quella strada stretta, in un seminterrato, viveva un povero ragazzo ammalato; fin da piccolo era rimasto sempre a letto: quando proprio si sentiva bene poteva camminare per la stanza con le stampelle, ma non poteva fare altro. In certi giorni d’estate i raggi del sole arrivavano per una mezz’ora nella stanzetta del seminterrato, allora il ragazzino si metteva seduto a sentire il caldo sole su di lui e guardava il sangue rosso che scorreva nelle sue dita sottili, che teneva davanti al viso; in quei giorni si poteva dire: “Oggi il piccolo è uscito!”.

Conosceva il verde primaverile del bosco solo perché il figlio del vicino gli portava il primo ramo di faggio con le foglie e se lo alzavano sul capo, così sognava di trovarsi sotto i faggi col sole che splendeva e gli uccelli che cantavano. Un giorno di primavera il figlio del vicino gli portò anche dei fiori di campo e tra questi ce n’era per caso uno ancora con le radici: perciò fu piantato in un vaso e messo sulla finestra vicino al letto. Il fiore, piantato da una mano amorevole, crebbe, mise nuovi germogli e ogni anno fiorì. Questo divenne il giardino meraviglioso del ragazzo malato, il suo piccolo tesoro sulla terra. Lo bagnava e lo curava e si preoccupava che ricevesse anche l’ultimo raggio di sole, che penetrava dalla bassa finestrella; e il fiore cresceva anche nella fantasia del ragazzo, perché fioriva per lui, per lui emanava il suo profumo e gli rallegrava la vista.

E quando il Signore chiamò il ragazzo, egli si volse, morendo, verso quel fiore. Da un anno è ormai presso Dio, e per un anno intero il fiore è rimasto abbandonato sulla finestra ed è appassito. Per questo è stato gettato tra la spazzatura durante il trasloco. E proprio quel fiore, quel povero fiore appassito noi l’abbiamo messo nel nostro mazzo, perché quel fiore ha portato più gioia che non il più bel fiore del giardino reale”.

“Ma tu come sai tutte queste cose?”, domandò il piccolo Tancredi. “Le so, perché, quel povero ragazzo con le stampelle ero io!”, spiegò Gabriele. “Ed io conosco bene il mio fiore!”.

Il piccolo Tancredi spalancò gli occhi e guardò il viso bello e felice dell’angelo; in quel momento erano arrivati in cielo, dove c’era gioia e beatitudine. Dio strinse al cuore il Tancredi e subito gli spuntarono le ali e insieme a Gabriele volarono via, tenendosi per mano. Dio strinse al cuore il mazzetto di fiori e baciò quel povero fiore di campo appassito che all’improvviso cominciò a cantare con tutti gli altri angeli che volavano intorno a Lui mentre tutto intorno regnava pace e felicità.

Abbiamo voluto ricordarlo così, tutti noi, collaboratori ed amici dell'Istituto nella certezza che ciò che è scritto è la realtà di ciò che è accaduto.